C’è un nuovo termine che circola sui social e nelle riviste di lifestyle: job hugging. Letteralmente: abbracciare il proprio lavoro. In pratica: tenersi stretta una posizione che non ti piace, non ti soddisfa, forse ti logora — ma da cui non riesci ad andartene.
Stanno parlando di te?
Sicuramente di me sì, in alcuni momenti della mia carriera ho preferito stare, tapparmi il naso, mettere in stand by le mie ambizioni per darmi il tempo di occuparmi di faccende che riguardavano la mia vita personale (leggi: matrimonio, malattia, etc.).
Ma quando sono stata più grandicella e, contrariamente alle aspettative, meno saggia, ho ceduto a quella che sui giornali di un tempo veniva raccontata come la stagione delle grandi dimissioni, del job hopping e ho lasciato il lavoro che mi dava la stabilità economica.
Me ne pento? No, anzi.
Proprio in questi giorni apprezzo la mia scelta spericolata che mi consente di avere un’agenda dove posso gestire le disponibilità di pari passo con le mie esigenze familiari.
Sul tema, invece, delle disponibilità economiche mi riservo di dedicare tra qualche tempo un post più ampio.
Il job hugging pare, dunque, raccontare il ritorno della stabilità come valore, ma non necessariamente come scelta convinta. Dietro quell’abbraccio, molto spesso, c’è paura.
Secondo il Global Talent Barometer di ManpowerGroup, due lavoratori su tre dichiarano di voler restare presso il loro attuale datore di lavoro — eppure più del 60% continua a monitorare il mercato per eventuali alternative. Tradotto: vogliono andarsene, ma non se ne vanno. Tengono un piede dentro e un occhio fuori. Abbracciano, ma con le braccia rigide.
Il job hugger non è un quiet quitter: fa il suo lavoro bene, porta a casa i risultati. Ha però perso l’entusiasmo. Cerca permanenza, stabilità, assenza di cambiamento — non per convinzione, ma per paura di ciò che troverebbe fuori.
E io, caro job hugger, ti comprendo, capisco che non vuoi abbandonare le tue abitudini, i tuoi colleghi, scaricare una nuova app per berti un caffè in ufficio o lasciare il posto a tempo indeterminato che ti permette di accedere a un mutuo e magari aprire la partita IVA che poi ti pagano a 90/120 giorni, ma se perdi l’entusiasmo nell’attività che ti tiene impegnato per la porzione più significativa della tua vita, alla fine che vita avrai fatto?
La prima volta che mi sono dimessa l’ho fatto perché guardavo accanto a me che cosa succedeva: persone che avendo terminato anzitempo il loro lavoro passavano il pomeriggio a giocare a qualsiasi gioco online per concludere le loro otto ore da contratto. Questo è il male, a mio avviso.
Mi accompagna, infatti, da sempre la curiosità sul tempo che impieghiamo per fare le cose e il mio sogno sarebbe avere a disposizione un monitor sul quale vengano aggiornati in tempo reale i minutaggi delle nostre attività, per aumentare la nostra consapevolezza. “Stai trascorrendo il tuo quarto anno mangiando…oggi sei al tuo centesimo giorno passato alla fermata del bus” e cose del genere. Ho letto che, stimando una vita media di 83 anni, 27 anni li trascorriamo dormendo,10 sui social, 10 mesi al semaforo, 150 giorni alla fermata dei mezzi pubblici e 5 mesi ad asciugarci i capelli col phon.
Ora aggiungi il tempo perso in ufficio a giocare ad Angry Birds pur di timbrare allo scadere delle otto ore, non ti farebbe innervosire sapere al termine della tua esistenza terrena che 5 anni li hai buttati via distruggendo maiali verdi?
Io la partita IVA l’ho aperta. Ho scelto di non abbracciare niente — o meglio, di abbracciare solo cose che durino il tempo di un progetto, di un contratto, di una stagione. Ho scelto l’instabilità come metodo di lavoro e a volte come stile di vita. Non lo racconto come una storia eroica: è una scelta con i suoi costi, e li sto pagando tutti.
Ma leggendo di job hugging mi sono chiesta: cosa si abbraccia, esattamente, quando ci si tiene stretta una cosa che non si ama?
Si abbraccia la certezza dello stipendio — che è una cosa seria, non la sminuisco. Si abbraccia la routine, che è sottovalutata da chi non ce l’ha. Si abbraccia la possibilità di non dover vendere sé stessi ogni tre mesi, di non dover rispiegare chi sei e cosa fai e quanto vali.
Queste cose mancano, nella vita da freelance. Mancano molto.
E però.
C’è qualcosa che mi ha sempre convinta nella storia di Penia — quella dea povera e senza abiti a cui ho dedicato questa rubrica. Lei alla festa non viene invitata. Si presenta lo stesso. Non entra, aspetta fuori. Ma non se ne va.
Il job hugging è il contrario: sei dentro, ma vorresti essere fuori. Sei invitato — e vorresti andartene.
Penia almeno sceglie dove stare. Il job hugger no: sta dove la paura lo tiene. E forse questa è la vera differenza — non tra stabilità e libertà, non tra contratto e partita IVA — ma tra chi abbraccia per desiderio e chi abbraccia per non cadere.
Penia e Paura. Solo uno delle due è una dea.
