Il sangue del tuo sangue e il pelo del tuo pelo.
Me lo sono chiesto, mi sono proprio detta: ma non è che ho fatto una minchionata? Siamo sicuri che sia proprio io l’umana giusta per lui? Che il mio stile di vita possa soddisfare le sue necessità?
Quando ho adottato Merlino era passato all’incirca un anno da quando avevo salutato la mia Ebby che dopo diciassette anni e mezzo di onorato servizio se ne era andata a riposare. Prima di allora il mondo degli educatori cinofili non lo avevo mai esplorato. E poi, di colpo, mi sono ritrovata con migliaia di domande a cui soltanto loro potevano rispondere. Perché fa il matto con tutti i cani che passano? Come farlo interagire con gli altri cani senza che si avventi alla giugulare? Perché tira al guinzaglio? Come faccio a fargli capire che in quella casa dove lo lascio torno sempre e non occorre che lui si indispettisca ogni volta?
E al tempo stesso dovevo rispondere alle domande che facevano a me: “ma se è tanto problematico perché hai voluto adottarlo? Se è una rinuncia di proprietà qualche problema lo avrà…lo hai assicurato, vero?”
Io ostinatamente mi sono convinta che Merlino sia arrivato nella mia vita per migliorarmi, per farmi crescere insieme a lui, per imparare ad affrontare i conflitti che ho sempre evitato. E in questo percorso gli incontri con gli educatori e i libri sono stati fondamentali.
Uno dopo l’altro ho iniziato a leggere romanzi dove i protagonisti hanno per lo più quattro zampe ( e non miagolano), libri che mi permettano di imparare a parlare la sua stessa lingua, un modo per mostrargli la mia gratitudine.
Il Salone del libro di Torino è stata una ghiottissima occasione per andare in cerca di storie di cani.
Tra manuali educativi, racconti per bambini e saggi sul comportamento, è stata un’illustrazione a catturarmi. Quella di Michael Parkin sulla copertina del romanzo di Romana Petri Il mio cane del Klondike.
Il romanzo racconta l’incontro tra una giovane insegnante precaria e Osac, un cagnone nero trovato quasi moribondo sul ciglio della strada. Abbandonato dai precedenti proprietari, Osac, anagramma di caos, porta dentro di sé un trauma profondissimo che lo rende possessivo, ribelle, selvatico e incapace di accettare la distanza dalla donna che lo salva.
“Sei un pericolo pubblico. Praticamente mi ha detto che con te non posso avere nemmeno una vita sociale normale. Ma siamo matti?”. Ecco, nelle parole che la protagonista rivolge a Osac, dopo un consulto con il veterinario di fiducia, ho ritrovato anche la mia storia.
Tra i due nasce un legame totalizzante. Lei comprende la lingua di quell’osacchione che alternava versi da foresta ad una vocina flautata da tortorella in una curiosa sequenza di consonanti.
Tutti consigliano alla protagonista di liberarsi di quel cane ingestibile, ma lei resiste.
Racconta la prima volta in cui lo lascia solo in casa, il primo viaggio in macchina, la prima visita dal veterinario, la prima vacanza insieme e la prima volta in cui gli fa conoscere il suo neonato.
E’ con l’arrivo di una gravidanza inattesa che l’equilibrio si rompe. Osac percepisce il cambiamento e la relazione entra in crisi.
E a quel punto lì, che si fa? Si va dall’avvocato e ci si separa? Ci si divide in due case? E che ne fai del tuo cuore? Separi l’atrio dal ventricolo?
Quando agisci per istinto, quando salvi un cane da una fine ingloriosa e ti metti al suo servizio metti in conto che dovrai fare dei sacrifici per lui, immagini che su alcune questioni dovrete scendere a compromessi.
Io sto gestendo ancora ora i sensi di colpa per aver traslocato cane e gatto una dozzina di anni fa in una casa senza giardino. E senza vista mare, ma forse questo è stata la mia punizione.
Sono certa che non avrei mai rinunciato a cane o gatto per un qualunque partner, anzi loro mi hanno suggerito chi meritava di entrare in casa.
E sono contenta di aver cambiato lavoro per non dover stare troppo tempo distante da casa.
Ma quando si tratta di un figlio? Il sangue del tuo sangue giustifica il tradimento del pelo del tuo pelo? Ed è la domanda che Romana Petri lascia ronzare nella testa del lettore.
La protagonista pensa e ripensa al rapporto con quel cagnone problematico e si interroga nelle ultime pagine sulla veridicità di una frase che aveva letto una volta in un romanzo: “La morte dei genitori, se paragonata alla morte del cane, è piscio di gallina”.
Ma allora, l’impulsività ci trasforma in eroine o irresponsabili?
Quali domande dovremmo porci e con quale ordine quando l’impulso, il crocerossinismo ci invita a fare una scelta? Da dove iniziare?
Oggi in area cani mi piacerebbe sapere se vi è mai capitato di dover ridimensionare il rapporto con il vostro cane.
Un figlio.
Un trasferimento.
Un nuovo lavoro.
Una separazione.
E soprattutto: secondo voi, ci perdonano?

Gtazie Marina oer questo bel l’articolo che mi coinvolge in prima persona rumuovendomi tutte le budella 😉
Per cani e gatti, ma soprattutto cani, ho ridimensionato la mia vita, ed è sempre stato di gran beneficio, perché mi sono accorta che le modifiche apportate, l’hanno resa più umana!
Ho riso molto del paragone ‘piscio di gallina”, ma la crescita e le prese di coscienza, mica finiscono con la morte dei nostri beneamati, e per me men che meno con la nascita di mio figlio, testimone e protagonista di questi incredibili rapporti.
Adesso, a parte quattro gatti, ho in casa due cani che non avevo programmato di adottare: una Shih Tzu da toelettare semicompulsivamente, per me che sono agli antipodi del modello Barbie, e un’orsa gigante, che ultimamente mi ha trascinata per muri e per terra, lasciando metà del mio corpo abraso e contuso.
Proprio a me, che sono educatrice cinofila e comunicatrice animale, e dovrei conoscere quasi tutti i trucchi del mestiere.
Mi sono sentita come James Harriot nel suo celebre libro: “It shouldn’t happen to a vet” (A un veterinario non dovrebbe succedere), e sto riflettendo sul fatto che forse possa essere meglio trovarle una bella adozione. Ma la vocina dentro di me…….
Grazie per i libri che consigli, mi è venuta voglia di visitare il Klondike!
Abbracci pelosi,
Gaia